Premessa:
Ho tentato una traduzione dell’articolo Nature 455, 835-836 (16 October 2008). Poiché non studio lingue la traduzione non è il massimo ma credo che il senso si capisca. Se volete potete migliorare la traduzione e rimetterlo in rete mandandomene una copia a dibstop133@gmail.com così posso aggiornarlo sul blog. Buona lettura!
PS: ringrazio chi ha segnalato questo articolo a Dibstop133’s Blog
Editoriale
Nature 455, 835-836 (16 October 2008) | doi:10.1038/455835b; Published online 15 October 2008
Cut-throat savings
Nell’attesa di avere una spinta che affermi la sua economia, il governo italiano pone la sua attenzione sul facile, ma insensato obiettivo
È un periodo oscuro e di rabbia per gli scienziati in Italia, che sono di fronte a un governo che agisce secondo una propria particolare filosofia di tagli ai costi. L’altra settimana 10.000 ricercatori sono scesi in piazza per manifestare la propria opposizione alla proposta di legge del controllo della spesa pubblica (vedi http://www.nature.com/news/2008/081015/full/455840b.html)). Se passasse, come ci si aspetta, la legge dovrebbe sbarazzarsi di circa 2.000 ricercatori temporanei (precari credoJ), che sono la spina dorsale della vera ricerca delle istituzioni del Paese – e metà di loro è già stato scelto per lavoro a tempo indeterminato (permanent job)
Gli scienziati stanno marciando, il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi, salito al governo a Maggio, ha decretato che il bilancio dell’università e della ricerca dovrebbe essere usato per trovare fondi per sostenere le banche e gli istituti di credito. Questo non è la prima volta che Berlusconi ha colpito l’università. Ad Agosto, ha sottoscritto un decreto che taglia al bilancio dell’università il 10% e permette di assumere solo una persona nuova in cambio di 5 che vanno in pensione (traduzione mia xké dall’inglese è meno chiara..o lo è meno a meJ). È anche permesso alle università di convertirsi in fondazioni private per portare maggiori entrate. Dato il corrente clima, i rettori universitari credono che quest’ultimo passo sarà usato per giustificare tagli al bilancio, e che si sarà eventualmente costretti a tagliare sui corsi che hanno poco valore commerciale, come quelli classici (umanistici), o anche sulle scienze di base. Questa bomba è stata lanciata all’inizio delle vacanze estive, le conseguenze sono state poco ben comprese – troppo tardi, e così il decreto è stato trasformato in legge.
Nel frattempo, il governo del ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini, è rimasto in silenzio su tutte le questioni connesse al suo
ministero, ad eccezione delle scuole secondarie, e ha permesso grandi e distruttiva decisioni governative che dovranno essere svolte senza obiezioni. Ha rifiutato di incontrare scienziati e accademici per ascoltare i loro pareri, o per spiegargli le politiche che sembrano richiedere sacrificio. E non ha nominato un sottosegretario per gestire questi tempi nel loro posto più opportuno.
Le organizzazioni scientifiche colpite da questa legge sono stati accolti da chi ha concepito la legge, Renato Brunetta, Ministro per la Pubblica Amministrazione e l’ Innovazione. Brunetta rimane dell’idea che poco può essere fatto per fermare o cambiare la legge – si pensi che è ancora in esame, ed è già stata votata da entrambe le camere. In una intervista su un giornale, Brunetta paragonato dai ricercatori ai “capitani di ventura” o “avventurieri mercenari del Rinascimento”, dice che dargli lavoro definitivo è un “un po’ come ucciderli”. Questo distorce un problema che i
ricercatori gli hanno spiegato – che ogni Paese basato sulla scienza ha un sano rapporto di permanenza in contrapposizione a un rapporto temporaneo, accompagnato da solidi, ben equipaggiati laboratori di ricerca permanenti. In Italia, gli scienziati provano a dirlo a Brunetta, ma questo rapporto è diventato molto difficile.
Il governo Berlusconi dovrebbe avvertire questi indici di bilancio troppo rigido (draconiano), ma i suoi attacchi alla ricerca italiana di base sono insensati e miopi. Il governo ha calpestato la ricerca come un’altra spesa da tagliare, quando nei fatti sarebbe meglio vederla con un investimento per costruire l’economia della conoscenza del XXI sec. Sicuramente, l’Italia ha già abbracciato questo concetto da quando ha firmato sull’agenda di Lisbona del 2000 dell’Unione Europea, nella quale gli stati membri hanno promesso un incremento per la ricerca e lo sviluppo (R&D) in bilancio del 3% del prodotto interno lordo. L’Italia, un paese del G8, ha una delle spese più basse nel gruppo, ha appena il 1,1% meno della meta di Paesi con cui si può confrontare come Francia e Germania.
La necessita del governo di ragionare a “breve termine” porta guadagno attraverso un sistema di decreti fatti facilmente da ministeri compiacenti. Se si vuole preparare un futuro realistico per l’Italia, come si dovrebbe, non si dovrebbe ritornare indietro nel tempo, ma capire come oggi funziona la ricerca in Europa.

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